martedì 2 luglio 2013

015 Garçon

A volte la primavera fa i dispetti, si fa attendere, per poi scoppiare all'improvviso in una splendida giornata di sole, dalle temperature addirittura estive. Con la primavera si risveglia in te quel desiderio di vita, di evasione, di aria aperta. La tua stanza non ti basta più, le sue mura sembrano comprimerti e ti precipiti ad aprire la finestra, per cercare almeno uno spiraglio, una via di fuga per i tuoi pensieri; ma quello spiraglio non ti basta. Decidi di uscire di casa. Vaghi un po' a zonzo... poi ti ritrovi quasi per caso in un grande prato e i ricordi iniziano ad impossessarti di te. Ti ricordi quando tu e lui andavate a passeggio, e arrivati in quel prato staccavi il guinzaglio, concedendogli la libertà. Cerchi un angolino un po' in disparte del prato, ti siedi. Quanto ti manca! La gente passando non molto distante da te ti da un'occhiata, per poi fortunatamente proseguire dritto, alleviando la tua sensazione di disagio. Raccogli qualche fiore lì vicino a te, lo guardi, lo annusi, poi lo getti via.
Ad un certo punto una voce interrompe la tua quiete:
«Garçon!  Garçon!  Garçon!».
"Garçon?! Non significa ragazzo?!", un pensiero ti inquieta, "con chi ce l'avrà?", è una voce femminile. "Con me? No... non può essere...", finalmente decidi di girarti. Tra te è quella voce, in bilico tra i propri desideri è l'immancabile senso del dovere... il dovere dell'obbedienza, uno splendido esemplare di border collie è fermo a guardarti.
«Garçon!  Garçon!  Garçon!», "è il cane che chiama, quindi...", pensi, "che strano nome da dare ad un cane". Ti rigiri, sperando che il cane ritorni dalla sua padrona e finalmente quella voce cessi di urlare. Raccogli un altro fiore e ti metti ad odorarlo, quando, non molto distante dal fiore, vedi spuntare un muso. "Garçon! Ma che ci fai qui?", una strana sensazione di benessere sembra impossessarsi di te. "Ma quanto sei bello!", getti il fiore e ti metti ad accarezzarlo, "come gli piace!". Poi capisci che può bastare così... vedi Garçon ritornare dalla sua padrona e finalmente smetti di sentire la voce urlante.
"Io ti pensavo e..." strani pensieri vagano nella tua mente, "e tu hai fatto in modo di farmi capire che tu ci sei sempre!".
Ti rialzi... godendoti quegli ultimi intensi attimi di felicità. FINE

sabato 29 giugno 2013

014 Una mattina al parco

Guardo l'ora sul cellulare, sono in netto anticipo, ne approfitto per andarmi a rilassare un po' al parco. Riempio la bottiglietta d'acqua alla fontana e cerco una panchina al fresco dove andare a sedermi.
Mentre mi abbevero seduto su una panchina dietro la fontana, i miei pensieri vagano ad un episodio successo un po' di tempo fa e che vorrei diventasse racconto. Cerco di abbozzarlo mentalmente, ma all'improvviso vedo un piccolo barboncino avvinarsi a me, quasi come se volesse suggerirmi lui come fare. Provo ad accarezzarlo, lui prima fa un passetto indietro, poi si lascia toccare; è buffo come un determinato evento possa ricapitare. Alzo lo sguardo cercando di capire se qualcuno lo cerca. Dove sia il padrone, ma non percepisco niente. Lui intanto mi guarda e muove la coda, sembra voglia giocare. Provo a chiederlo a lui da dove sia venuto e lui inizia ad abbaiarmi, quasi come a volermi rispondere. Subito dopo il primo abbaio sento un fischio e alzo lo sguardo in direzione del fischio, riuscendo finalmente ad individuare la padrona. Gli dico di andare e lui, fissandomi un'ultima volta, torna di corsa dalla sua padrona. La padrona gli lancia un pallina e lui si mette a rincorrerla. Sto lì a guardarli.
Una signora mi passa davanti e mi saluta. Ricambio gentilmente il saluto, anche se non la conosco. La signora torna verso di me e inizia a parlarmi.
«Oggi è un giorno fortunato... ho sognato mio fratello gemello... significa che è un giorno fortunato».
Si guarda intorno:
«Gli uomini sono più soli delle donne...» si guarda intorno, «se togli i cani ci sono solo uomini soli».
Non sapendo che dire cerco di fare un movimento di assenso con la testa.
«Non ti fidare mai di nessuno... non ti fidare mai di nessuno».
Fa qualche passo ma poi torna indietro:
«Sono tutti sessantenni... sai cosa vengono a fare? Vuoi sapere cosa vengono a fare?» la guardo un po' allibito, « vengono a cercare questa!» fa combaciare i due indici delle due mani e unisce i due pollici... le faccio segno di aver capito.
«Lo vedi quel signore seduto? E' sempre lì, mi desidera da tanto tempo».
Fa di nuovo due passi per andarsene ma torna indietro.
«Ma io no... poi sono bravissimi a fuggire! Non ti fidare mai di nessuno... mio fratello gemello mangiava le lenticchie, sono buone le lenticchie. Sono il cibo dei poveri. Poi fumava... aveva un brutto male qui...» si tocca il petto. Rimango lì ad ascoltare.
«Adesso devo andare da una signora... abitava in corso Peschiera... era una zona tranquilla quella, prima della sparatoria». Inizio a far fatica a seguire quel che dice.
«Non ti fidare mai di nessuno... che fai studi o lavori?»
«Lavoro»
«Non ti fidare mai di nessuno... gli uomini sono più soli delle donne... sono venuta qui a far colazione e a riprendermi questi vestiti perché una signora mi ha detto di non buttarli. Io li avevo buttati...» vedo che in mano in effetti ha una busta con delle vesti.
«Quelli son sempre lì!»
«Beh si sta bene qui!» provo a dire.
«Sono buone le lenticchie... sai sono il cibo dei poveri. Adesso vado dalla signora».
Fa per allontanarsi ma poi torna indietro.
«Non ti fidare mai di nessuno... ma che ci vengono a fare qui? Tutti a cercare il sole ma il sole non c'è».
Provo a indicarglielo:
«Ma è lì!».
Mi saluta e se ne va.
Mentre cerco di tornare ai miei pensieri, il verso di un piccione ingrifato che insegue una femmina distoglie nuovamente la mia attenzione. "Io non sarei mai un piccione... stare tutto quel tempo a corteggiare una femmina... aspettando che ceda... e in maniera così evidente... no, non è da me. Chissà che uccello sono?!" penso tra me. "Son più un rapace, individuo la preda, la punto e in men di un baleno è mia... beh insomma non sono nemmeno un rapace mi sa. Mi raccontarono una volta che i pettirossi sono uccelli solitari, ma il fatto che un pettirosso non possa stare dove c'è già un altro pettirosso non mi ci fa immedesimare. Forse sono su passero, sì ecco son un passero... un passero solitario".
Mentre, ormai convinto di essere un passero solitario, finisco di bere l'acqua della bottiglietta, un merlo si avvicina a me, si atteggia in modo che lo guardi. Sembra dirmi: "Ma non vedi? Io sono simile a te!". Un merlo? Io sarei un merlo? La mia convinzione di prima inizia a vacillare. "Beh quando arriverò a casa mi informerò sui merli. Poi valuterò se sia anch'io come lui".
Mi alzo, vado alla fontana, una bambina seduta sul passeggino mi guarda mentre riempio la bottiglietta. Poi guarda il padre, che fa tante smorfie per farla ridere, e lei naturalmente si mette a ridere.
Guardo l'ora sul cellulare... cavolo! Sono in ritardissimo. FINE

giovedì 27 giugno 2013

013 Come sarebbe bello se i sogni non finissero

Non son mai riuscito a ricordarmi ogni dettaglio di un mio sogno, anzi più provavo a ricordarmene più l'intero sogno piano piano svaniva, e di quel sogno restava solo il piacere, o il disagio, a seconda di che sogno era; ma questa notte ne ho fatto uno di cui molti particolari sono rimasti nitidamente impressi nella mia mente; così nitidamente che proverò a trascriverli prima che anche loro svaniscano.
Non sono mai riuscito a raccontare in maniera molto chiara un sogno fatto, credo sia molto difficile, ma questa volta vale proprio la pena tentarci.
Da quando mi son svegliato non penso ad altro.
Quel che non riesco a ricordami proverò ad ipotizzarlo.
Tutto ha inizio credo nella mia stanza... il rumore di un'aspirapolvere, che vaga tra le piastrelle delle altre stanze, si sente in sottofondo. I miei occhi vengono incuriositi da una scatola con sopra dei libri. La scatola è stata aperta da pochissimo, è la scatola della nuova aspirapolvere che si è già messa a lavoro, mentre chi l'adopera si chiede se ne è valsa la pena averla acquistata, se vale quanto costa. Leggendo le scritte sulla scatola capisco che l'offerta era imperdibile. Assieme all'aspirapolvere venivano regalati venticinque libri di una nota casa editrice: l'Einaudi. Sbircio i titoli è gli autori, ne conosco solo uno... leggendo più approfonditamente la scatola, scopro che si tratta per la stragrandissima maggioranza di scrittori emergenti... tranne uno. Il titolo del libro... dell'eccezione... non lo conosco, ma l'autore sì; si tratta di Alessandro Baricco, sicuramente uno dei miei scrittori preferiti.
Il titolo non l'avevo mai sentito e la cosa mi stupisce, ma purtroppo è una delle cose già svanite di quel sogno.
Subito mi accingo a cercarlo nella scatola per curiosarne il contenuto e divorarlo in men di un baleno.
Lo apro e leggo la prefazione. Si tratta di articoli che aveva pubblicato sul quotidiano La Repubblica solo nell'edizione torinese, tra le pagine di cronaca dedicate alla città, in cui raccontava storie di amori andati a male prendendo la parte... immedesimandosi... sotto il punto di vista delle protagoniste di quelle storie. Poi spiegava che a scrivere quegli articoli ci aveva preso gusto e ne era rimasto soddisfatto, tanto da aver deciso di rielaborarli, ampliarli e collegarli fra loro, in modo che ne uscisse fuori una storia fatta di storie; e siccome tutte quelle storie erano ambientate nella sua(anche mia) città... era anche un modo per renderle omaggio, come non aveva mai fatto prima... si sentiva il dovere di farlo.
La mia curiosità e la mia fame letteraria... avevano raggiunto livelli indescrivibili.
Prima del primo capitolo una pagina con sopra pubblicata una foto rapisce la mia attenzione... ma io quel luogo lo conosco? Non mi sembra... un posto così bello non posso essermelo fatto sfuggire... sicuramente è in città, perché si riconoscono le fontane, le fermate dell'autobus, le panchine, i lampioni... identici solo in questa città. Mentre cerco di capire di che luogo si tratti viaggio anch'io tra le mille vie della mia città... per poi finire, seduto su una panchina, in un luogo a me ignoto ma diverso da quello della foto. Mentre sono sempre più scombussolato, vicino a me si siede una ragazza, deve avere su per giù la mia età, magari un anno in meno o poco più, e inizia a leggere ad alta voce le prime frasi del primo capitolo del libro aperto davanti ai miei occhi...
«Se si effettua una ricerca su Google si scopre che sessantacinque volte su sessantacinque la colpa...» "non mi ricordo di cosa"... «è delle donne...». Di colpo giro gli occhi verso di lei e mi dimentico di tutti i pensieri precedenti. Ha i capelli castano scuri, lunghi, occhi marroni. Alta ma non magrissima, spalle non strettissime, formosa ma ben strutturata, fianchi non larghissimi. Fisico di una nuotatrice, penso tra me. Indossa un vestitino grigio tendente al nero con delle fantasie, che le arriva poco sopra le ginocchia, e una giacchetta leggermente più chiara del vestito... ma senza fantasie. Le scarpe sono eleganti ma con poco tacco, quasi se un po' si vergognasse della sua altezza, nonostante non voglia rinunciare alla sua femminilità; è molto attraente, poi i capelli un po' spettinati, il trucco leggermente disfatto... non fanno che aumentare il suo fascino ai miei occhi. Sembra scappata da una cerimonia. Magari è scappata perché si rifiutava di leggere... nonostante tutti i parenti insistevano perché lo facesse. Forse si vergognava di leggere davanti agli altri... ma nonostante io ormai avevo lo sguardo fisso su di lei... non sembrava proprio voler smettere di farlo con il libro che avevo in mano. In effetti sembrava un po' impacciata, si impappinava, ogni tanto saltava qualche parola e tornava indietro per recuperarla.
«Non hai molta dimestichezza con la lettura...» la interruppi io.
«Ehmm... veramente no...»
«Il libro parla di questa città... sei di qui vero?»
«Sì»
«Ti piace questa città?»
«Beh... dipende, sì, a volte...»
«Da cosa dipende?»
«Da cosa faccio e da con chi sto».
La risposta non faceva una piega e incuriosito dal suo accento non limpidamente sabaudo domandai:
«Ma hai origini meridionali?»
«Sì»
«Campane?»
«Sì»
«Di Napoli?»
«Sì»
«Ma di Napoli Napoli?»
«Sì perché?»
«Curiosità... e ti piace Napoli?»
«Beh... sì... a volte...» non le feci finire la risposta che già immaginavo.
«E' una bella città... ma non mi piace starci, o quando ci vado o vado in generale nel sud d'Italia adotto la filosofia che è meglio parlare poco»
«Perché? »
«Perché lì sparlano troppo!»
«Beh, sì ma...»
Poi cambiò discorso:
«Non vedo l'ora di andarmi a provare il costume nuovo e rinfrescarmi un po', stasera vorrei andarmi a divertire...»
Non afferrai l'amo; chiusi il libro, mi alzai dalla panchina e mi incamminai... non sapendo dove fossi non so nemmeno dove mi incamminai... comunque arrivammo insieme a delle scale dove sembrava che le nostre strade si dovessero dividere.
I nostri sguardi si fissarono a lungo prima di girarmi e proseguire per "la mia strada"... poi mi rivoltai verso di lei e dissi:
«Aspetta! Non ci siamo nemmeno detti come ci chiamiamo. Io Antonio!»
Non aveva ancora sceso un gradino... ma decise di farlo di corsa mentre biascicava un nome a me poco comprensibile. Doveva essere una cosa tipo Carmelita... Cosimina... ma non avevo proprio capito.
«Non ho capito!»
Fermò la sua corsa, riprovò a biascicare quel nome... «Puoi ripetermelo?», tornò indietro di qualche scalino:
«Mi chiamo Alessandra»
«Alessandra... ma se domani alla stessa ora ci ritrovassimo sulla panchina dove eravamo seduti poco fa?»
«No...», sorrise, «mica posso dirti sempre la verità!», sorrise di nuovo.
«Essì... hai ragione, forse ho sbagliato il modo di formulare la domanda. Che ne diresti se domani pomeriggio io riandassi a sedermi sulla stessa panchina ed ad un certo punto... dal nulla spunti tu e ti intrometti in quel che sto facendo...»
«E giochiamo un po'?»
«Beh... probabilmente sì... facciamo così, stavolta mi intrometto anchio in quel che fai tu e magari intromettendosi uno nell'altro iniziamo a raccontarci un po' di noi e ci conosciamo meglio».
Sorrise. Sorrise... mi sembra che pronunciò anche un "ok", prima che tutto svanì e io aprii gli occhi; ma non ne sono sicuro. L'ultima cosa che ricordo è uno splendido sorriso.
Stamattina mi sono svegliato felice ed emozionato. Finalmente a ventisette anni posso dire anchio di avere una donna dei sogni. FINE

martedì 25 giugno 2013

012 L'uomo seduto su una panchina

L'uomo seduto su una panchina guardava i bambini dondolarsi sull'altalena e dentro di se pensava: "Guardali, si dondolano e ogni pensiero, preoccupazione o tristezza fugge via. Potessi dondolarmici io!". Forse in altri tempi l'avrebbe fatto... ma non ora, rimaneva seduto su una panchina a guardare quello che lo circondava. Dei vecchi, seduti su un'altra panchina, non lontana dalla sua, commentavano le notizie del quotidiano aperto davanti ai loro occhi, lanciando improperi a destra e a manca ogniqualvolta il discorso cadeva su personaggi politici o comunque su personaggi che con la politica avevano iniziato ad averci a che fare; ma questo all'uomo seduto sulla panchina non interessava.
Neanche i cani che passeggiavano con i loro padroni, facendo lo slalom tra gli alberi e gli spiazzi d'erba, sembravano interessarlo.
Il suo sguardo era fisso su quelle altalene.
Vedeva lui bambino dondolarsi, pieno di sogni e ignaro di come sarebbero andate le cose. Sarebbe stato tutto bellissimo... pensava, allora.
Quei pensieri lo facevano sentire leggero, e anche se lui era immobile seduto su una panchina... la sua anima dondolava, dondolava tra bei ricordi, spruzzi di vita, bei tempi andati. Anche se non era vecchio, anzi chi l'avesse visto forse avrebbe fatto fatica a considerarlo già un uomo, sentiva che aveva vissuto già abbastanza. Non sono la quantità di attimi che vivi ma il peso di quegli attimi a farsi sentire, a mettere a dura prova le tue forze, a farti sentire stanco; e lui a tutti quegli attimi aveva dato un peso sempre troppo grande.
L'uomo seduto su una panchina pensò: "Ebbene, è arrivato il momento di scendere da quell'altalena... questo non significa abbandonare quell'altalena, ma semmai farci salire qualcun altro... e magari dargli qualche spinta, per farlo arrivare ancora più in alto. Ebbene sì, è arrivato il momento di spingere!". Il suo sguardo si illuminò, finalmente aveva trovato la quadra: "Non c'è modo migliore per sentirsi più leggeri che riuscirci rendendo più leggero qualcun altro."
Mentre l'uomo seduto su una panchina, dopo essersi perso nei suoi pensieri, aveva trovato la via d'uscita... di tempo ne era passato. I vecchi erano tornati nelle loro case a svuotare i piatti che loro mogli con sempre meno voglia avevano preparato. I bambini erano scesi dalle altalene controvoglia, ma comunque affamati. Le loro madri avevano provato a convincerli a scendere con maniere dolci e gentili, ma anche loro avevano smesso da tempo di credere che quello fosse un metodo che potesse funzionare; nonostante tutto ci provavano sempre, comunque... poi li presero con la forza.
L'uomo su una panchina rimase così solo, all'ora di pranzo... come se nella sala si fosse chiuso il sipario e tutti gli spettatori, tranne lui, l'avessero abbandonata. Si guardò attorno, capii che lo spettacolo era finito. Si alzò, si incamminò... e andò a cercarsi un'altra panchina. FINE

giovedì 28 marzo 2013

011 Polvere

La polvere si posa sui ricordi, sulle cose abbandonate, quasi come se fosse un velo protettivo, una patina argentata, che protegge dal freddo glaciale della dimenticanza.
La polvere nasconde, impedisce di vedere, a chi si limita ad uno sguardo superficiale su ciò che lo circonda, ciò che davvero lo circonda.
La polvere è tempo che lascia le sue briciole, segna percorsi, delinea storie.
Il bello di quelle storie è che vivono sospese nel tempo, nonostante la ruggine, continuano a far parte di questo tempo; raccontano un tempo che noi ci ostiniamo a chiamare passato.
Non esisterebbe passato se non lasciassimo tracce nella polvere, impronte ben visibili, segni della nostra esistenza.
Non esisterebbe passato se non esistesse la polvere.
Non esisteremmo noi se non esistesse il passato.
Noi che ci dichiariamo nemici della polvere e passiamo i nostri giorni a dichiararle guerra, per poi sporcarci le mani di essa, in cerca di ricordi, in cerca di valori di un tempo del quale proviamo nostalgia.
Noi che facciamo guerre per sentirci vivi e più queste guerre sono impossibili più ci sentiamo vivi. Ecco perché avere come nemico la polvere è il modo più sensato per sentirci vivi.
Nemici siam noi della polvere perché le vogliamo bene, amiamo sporcarci di essa per avere così una valida scusa per doverci lavare e tornare puliti.
Qualcuno scriveva che la guerra è l’igiene del mondo, ma non mi ha mai convinto del tutto. Ciò che però è innegabile è che la guerra genera polvere, tanta polvere, per quello l’uomo continuerà ad amare le guerre, fare le guerre, perché quando tornerà la pace, sotto tutte quelle macerie, i sopravvissuti e le generazioni future scopriranno storie bellissime.
Storie che resteranno sospese nel tempo. Storie che saranno a loro volta ricoperte di polvere. FINE

mercoledì 26 settembre 2012

010 La fatica di scrivere

Scrivere a volte è proprio una vera fatica, rimani ore e ore immobile a fissare qualcosa che si rifiuta di voler prender forma; nel frattempo il tempo passa.
A volte ce ne sarebbero anche tante cose da scrivere, ma forse è proprio questo il problema, le tante cose si accumulano come tanti piccoli pezzi di puzzle, maggiore è il numero più complicato diventa la realizzazione del puzzle. Più passa il tempo più diventa difficile.
Una volta avevo un cubo, un cubo magico, un cubo di Rubik. Un piccolo puzzle a forma di cubo. I pezzi da mettere a posto erano relativamente pochi, esattamente venti, ma il bello stava che per posizionare un pezzo nella giusta posizione bisognava muovere tutti gli altri pezzi, anche se alcuni di essi erano già nella loro giusta posizione; un continuo disfare per rimettere a posto. Il trucco stava nel memorizzare una serie di movimenti che ti permetteva di mettere tutti i venti pezzi al loro posto. Una volta memorizzate le serie di movimenti, che risolvevano le possibili situazione in cui ci si poteva venire a trovare, diventava un gioco da ragazzi; con un po' di allenamento costante mi era possibile risolverlo anche ad occhi chiusi.
Anche scrivere per me all'epoca era una cosa del genere, un continuo ripetere concetti inseparabili tra loro, mischiati ogni volta in maniera diversa. Era un po' come fare musica; non servono infinite note per realizzare melodie incantevoli, il trucco sta sempre nel saperle mischiare ad arte tra di loro.
Non so cosa sia cambiato da allora, a parte che non ho più il mio cubo, forse è solo che ho dimenticato quella giusta serie di movimenti che mi permetteva di concludere un mio pensiero.
Forse ero semplicemente stanco. Stanco di pensare.
Forse più che faticoso scrivere è più faticoso pensare; pensare a cosa scrivere.
Pensare che non basta pensare per scrivere, ma poi bisogna farlo, trovare il tempo di farlo, la concentrazione necessaria. Poi alla fine non è che c'è bisogno di scrivere chissà quale trattato sulla possibile esistenza della vita fuori dal pianeta terra per trovare un po' di sollievo e soddisfazione. Solo il gesto di scrivere il più delle volte è già più che sufficiente. Almeno per me è così.
Scrivere poi non è una cosa così difficile, basta trovare un punto e girarci attorno, un po' come un girotondo, aspettando il momento giusto per buttarsi a terra, il momento giusto per essere felici che il girotondo sia finito e ne possa incominciare un altro. FINE

mercoledì 28 marzo 2012

009 Tappo di bottiglia

Se fossi una bottiglia di certo non potrei contenere il mare, ma mi sarebbe possibile contenerne una piccola parte. Una bottiglia per poter contenere e potersi riempire deve essere integra. Io per tutta la vita ho cercato di essere integro. Per tutta la vita, non potendo contenere il mare e non vivendo nel mare, ho cercato di riempirmi di acqua piovana. Ogni volta che pioveva io ero lì, sotto le nuvole, a raccogliere gocce. Ogni tanto cadevo e mi rovesciavo, perdendo parte del mio contenuto.
Se fossi una bottiglia... per molto tempo sono stato una bottiglia senza tappo.
Una bottiglia senza tappo è una bottiglia senza sicurezze, una bottiglia che è controllata nei suoi movimenti, perché sa il rischio che corre: perdere tutto il suo contenuto. Una bottiglia vuota non corre grandi rischi, quindi non ha bisogno di un tappo. Una bottiglia vuota, quindi, può essere libera di fare qualsiasi acrobazia. Una bottiglia vuota con il tappo non si può riempire.
La funzione del tappo quindi è quella di proteggere un contenuto, il quale però, finché sarà chiuso da un tappo, non si potrà ampliare. La funzione del tappo quindi non è una funzione statica, ma dinamica, come quella di una qualsiasi porta.
Tutti noi siamo bottiglie, o stanze, di varie e diverse forme e dimensioni, che però proprio in quel desiderio di protezione ci accomuniamo, nella necessità che il nostro tappo possa chiudere anche un'altra bottiglia, che sia un tappo interscambiabile, un tappo che sia in qualche modo universale. Certo è vero che non esiste un solo tipo di tappo, ma è difficile, penso impossibile(o quasi), trovare un tappo che non possa chiudere almeno un'altra bottiglia. Ecco perché, nel nostro socializzare con gli altri, più che concentrarsi sulla forma della bottiglia, sulla sua ampiezza o sul suo contenuto, è importante verificare se è possibile poter essere in grado di proteggere e dare sicurezza all'altro, perché questa è la cosa di cui l'altro ha più bisogno. Nella scelta di chi avere al nostro fianco ci si dovrebbe basare in primis sull'imboccatura, perché se è possibile condividere sicurezza e protezione, allora sarà possibile condividere anche tutto il resto.
Nel costruire una società, quindi, la prima cosa sulla quale ci si bisognerebbe concentrare è il tappo. Una società in cui si diffondono bottiglie il cui tappo una volta tolto non è più utilizzabile è una società che non ha interesse a proteggere il contenuto della bottiglia, ma che dà alla bottiglia e al suo contenuto un'importanza momentanea, breve, da consumare in fretta, per poi potersene liberare con facilità. Una società che dimentica in fretta è una società che continuerà a ripetere gli stessi errori.
Ho riempito la mia bottiglia di tanti errori, ma finalmente ho trovato un tappo che li possa conservare. Un tappo che si possa conservare e riutilizzare.
Ogni tanto apro la bottiglia e di quegli errori ne tiro fuori qualcuno, l'analizzo, cerco di ricavarne qualche insegnamento, cerco di correggerli, per poi reinserirli di nuovo nella bottiglia. Un errore corretto, anche se solo in parte, è un errore che si riduce nel suo volume, occupa uno spazio minore; ecco perché quando richiudo il tappo la prima cosa che ancora mi stupisce e mi entusiasma è che dentro di me ho ricavato dello spazio, da poter riempire di altri errori, dai quali ricavarne altri insegnamenti.
Spesso di molte bottiglie ciò che ci resta è solo il tappo, ma il fatto che quel tappo lo conserviamo con cura e attenzione dimostra che quel tappo serve come monumento alle memorie presenti e future di tutti quell'insegnamenti che quella bottiglia, che non c'è più, ci ha lasciato.
Visto che di noi, molto probabilmente, non resterà che un tappo, facciamo in modo che finché viviamo quel tappo conservi tutto ciò che riteniamo prezioso, buono e giusto; solo così anche quel tappo diventerà prezioso e il contenuto della bottiglia che proteggeva non verrà dimenticato. FINE