Non sono mai riuscito a raccontare in maniera molto chiara un sogno fatto, credo sia molto difficile, ma questa volta vale proprio la pena tentarci.
Da quando mi son svegliato non penso ad altro.
Quel che non riesco a ricordami proverò ad ipotizzarlo.
Tutto ha inizio credo nella mia stanza... il rumore di un'aspirapolvere, che vaga tra le piastrelle delle altre stanze, si sente in sottofondo. I miei occhi vengono incuriositi da una scatola con sopra dei libri. La scatola è stata aperta da pochissimo, è la scatola della nuova aspirapolvere che si è già messa a lavoro, mentre chi l'adopera si chiede se ne è valsa la pena averla acquistata, se vale quanto costa. Leggendo le scritte sulla scatola capisco che l'offerta era imperdibile. Assieme all'aspirapolvere venivano regalati venticinque libri di una nota casa editrice: l'Einaudi. Sbircio i titoli è gli autori, ne conosco solo uno... leggendo più approfonditamente la scatola, scopro che si tratta per la stragrandissima maggioranza di scrittori emergenti... tranne uno. Il titolo del libro... dell'eccezione... non lo conosco, ma l'autore sì; si tratta di Alessandro Baricco, sicuramente uno dei miei scrittori preferiti.
Il titolo non l'avevo mai sentito e la cosa mi stupisce, ma purtroppo è una delle cose già svanite di quel sogno.
Subito mi accingo a cercarlo nella scatola per curiosarne il contenuto e divorarlo in men di un baleno.
Lo apro e leggo la prefazione. Si tratta di articoli che aveva pubblicato sul quotidiano La Repubblica solo nell'edizione torinese, tra le pagine di cronaca dedicate alla città, in cui raccontava storie di amori andati a male prendendo la parte... immedesimandosi... sotto il punto di vista delle protagoniste di quelle storie. Poi spiegava che a scrivere quegli articoli ci aveva preso gusto e ne era rimasto soddisfatto, tanto da aver deciso di rielaborarli, ampliarli e collegarli fra loro, in modo che ne uscisse fuori una storia fatta di storie; e siccome tutte quelle storie erano ambientate nella sua(anche mia) città... era anche un modo per renderle omaggio, come non aveva mai fatto prima... si sentiva il dovere di farlo.
La mia curiosità e la mia fame letteraria... avevano raggiunto livelli indescrivibili.
Prima del primo capitolo una pagina con sopra pubblicata una foto rapisce la mia attenzione... ma io quel luogo lo conosco? Non mi sembra... un posto così bello non posso essermelo fatto sfuggire... sicuramente è in città, perché si riconoscono le fontane, le fermate dell'autobus, le panchine, i lampioni... identici solo in questa città. Mentre cerco di capire di che luogo si tratti viaggio anch'io tra le mille vie della mia città... per poi finire, seduto su una panchina, in un luogo a me ignoto ma diverso da quello della foto. Mentre sono sempre più scombussolato, vicino a me si siede una ragazza, deve avere su per giù la mia età, magari un anno in meno o poco più, e inizia a leggere ad alta voce le prime frasi del primo capitolo del libro aperto davanti ai miei occhi...
«Se si effettua una ricerca su Google si scopre che sessantacinque volte su sessantacinque la colpa...» "non mi ricordo di cosa"... «è delle donne...». Di colpo giro gli occhi verso di lei e mi dimentico di tutti i pensieri precedenti. Ha i capelli castano scuri, lunghi, occhi marroni. Alta ma non magrissima, spalle non strettissime, formosa ma ben strutturata, fianchi non larghissimi. Fisico di una nuotatrice, penso tra me. Indossa un vestitino grigio tendente al nero con delle fantasie, che le arriva poco sopra le ginocchia, e una giacchetta leggermente più chiara del vestito... ma senza fantasie. Le scarpe sono eleganti ma con poco tacco, quasi se un po' si vergognasse della sua altezza, nonostante non voglia rinunciare alla sua femminilità; è molto attraente, poi i capelli un po' spettinati, il trucco leggermente disfatto... non fanno che aumentare il suo fascino ai miei occhi. Sembra scappata da una cerimonia. Magari è scappata perché si rifiutava di leggere... nonostante tutti i parenti insistevano perché lo facesse. Forse si vergognava di leggere davanti agli altri... ma nonostante io ormai avevo lo sguardo fisso su di lei... non sembrava proprio voler smettere di farlo con il libro che avevo in mano. In effetti sembrava un po' impacciata, si impappinava, ogni tanto saltava qualche parola e tornava indietro per recuperarla.
«Non hai molta dimestichezza con la lettura...» la interruppi io.
«Ehmm... veramente no...»
«Il libro parla di questa città... sei di qui vero?»
«Sì»
«Ti piace questa città?»
«Beh... dipende, sì, a volte...»
«Da cosa dipende?»
«Da cosa faccio e da con chi sto».
La risposta non faceva una piega e incuriosito dal suo accento non limpidamente sabaudo domandai:
«Ma hai origini meridionali?»
«Sì»
«Campane?»
«Sì»
«Di Napoli?»
«Sì»
«Ma di Napoli Napoli?»
«Sì perché?»
«Curiosità... e ti piace Napoli?»
«Beh... sì... a volte...» non le feci finire la risposta che già immaginavo.
«E' una bella città... ma non mi piace starci, o quando ci vado o vado in generale nel sud d'Italia adotto la filosofia che è meglio parlare poco»
«Perché? »
«Perché lì sparlano troppo!»
«Beh, sì ma...»
Poi cambiò discorso:
«Non vedo l'ora di andarmi a provare il costume nuovo e rinfrescarmi un po', stasera vorrei andarmi a divertire...»
Non afferrai l'amo; chiusi il libro, mi alzai dalla panchina e mi incamminai... non sapendo dove fossi non so nemmeno dove mi incamminai... comunque arrivammo insieme a delle scale dove sembrava che le nostre strade si dovessero dividere.
I nostri sguardi si fissarono a lungo prima di girarmi e proseguire per "la mia strada"... poi mi rivoltai verso di lei e dissi:
«Aspetta! Non ci siamo nemmeno detti come ci chiamiamo. Io Antonio!»
Non aveva ancora sceso un gradino... ma decise di farlo di corsa mentre biascicava un nome a me poco comprensibile. Doveva essere una cosa tipo Carmelita... Cosimina... ma non avevo proprio capito.
«Non ho capito!»
Fermò la sua corsa, riprovò a biascicare quel nome... «Puoi ripetermelo?», tornò indietro di qualche scalino:
«Mi chiamo Alessandra»
«Alessandra... ma se domani alla stessa ora ci ritrovassimo sulla panchina dove eravamo seduti poco fa?»
«No...», sorrise, «mica posso dirti sempre la verità!», sorrise di nuovo.
«Essì... hai ragione, forse ho sbagliato il modo di formulare la domanda. Che ne diresti se domani pomeriggio io riandassi a sedermi sulla stessa panchina ed ad un certo punto... dal nulla spunti tu e ti intrometti in quel che sto facendo...»
«E giochiamo un po'?»
«Beh... probabilmente sì... facciamo così, stavolta mi intrometto anchio in quel che fai tu e magari intromettendosi uno nell'altro iniziamo a raccontarci un po' di noi e ci conosciamo meglio».
Sorrise. Sorrise... mi sembra che pronunciò anche un "ok", prima che tutto svanì e io aprii gli occhi; ma non ne sono sicuro. L'ultima cosa che ricordo è uno splendido sorriso.
Stamattina mi sono svegliato felice ed emozionato. Finalmente a ventisette anni posso dire anchio di avere una donna dei sogni. FINE
«Alessandra... ma se domani alla stessa ora ci ritrovassimo sulla panchina dove eravamo seduti poco fa?»
«No...», sorrise, «mica posso dirti sempre la verità!», sorrise di nuovo.
«Essì... hai ragione, forse ho sbagliato il modo di formulare la domanda. Che ne diresti se domani pomeriggio io riandassi a sedermi sulla stessa panchina ed ad un certo punto... dal nulla spunti tu e ti intrometti in quel che sto facendo...»
«E giochiamo un po'?»
«Beh... probabilmente sì... facciamo così, stavolta mi intrometto anchio in quel che fai tu e magari intromettendosi uno nell'altro iniziamo a raccontarci un po' di noi e ci conosciamo meglio».
Sorrise. Sorrise... mi sembra che pronunciò anche un "ok", prima che tutto svanì e io aprii gli occhi; ma non ne sono sicuro. L'ultima cosa che ricordo è uno splendido sorriso.
Stamattina mi sono svegliato felice ed emozionato. Finalmente a ventisette anni posso dire anchio di avere una donna dei sogni. FINE
2 commenti:
Quello che non mi piace di questi racconti è la parola FINE. Anche i tuoi sogni sono belli, mi correggo. Anche i tuoi sogni sono scritti belli.
Ther... ti svelo una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Un bel po' di tempo fa, quando decisi di tornare a scrivere su un blog, volevo arrivare all'essenziale, per questo la grafica essenziale; anche se adesso qualche ritocco l'ho fatto. Poi quando ho iniziato a scriverci volevo scrivere qualcosa che valesse la pena leggere e farlo nel migliore dei modi. Qualcosa che fosse solo mio, niente copia incolla di altri testi ecc... e penso che ci ero anche riuscito. Poi è successo quel che sai. Ho dovuto riniziare, ma con gli stessi principi. Comunque per farla breve volevo che i miei post contassero e quindi gli ho messo un numerino davanti il titolo. Volevo che il testo fosse distino, acuto e penetrante... da lì quel FINE finale. Ho giocato sui diversi significati di quel termine; è un po' come un marchio di qualità. Diventato indispensabile per la pubblicazione di quel che scrivo. Ci sono tante bozze in attesa di essere "marchiate". Magari che nessuno leggerà mai. Per colpa di quel "FINE".
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