Scrivere a volte è proprio una vera fatica, rimani ore e ore immobile a fissare qualcosa che si rifiuta di voler prender forma; nel frattempo il tempo passa.
A volte ce ne sarebbero anche tante cose da scrivere, ma forse è proprio questo il problema, le tante cose si accumulano come tanti piccoli pezzi di puzzle, maggiore è il numero più complicato diventa la realizzazione del puzzle. Più passa il tempo più diventa difficile.
Una volta avevo un cubo, un cubo magico, un cubo di Rubik. Un piccolo puzzle a forma di cubo. I pezzi da mettere a posto erano relativamente pochi, esattamente venti, ma il bello stava che per posizionare un pezzo nella giusta posizione bisognava muovere tutti gli altri pezzi, anche se alcuni di essi erano già nella loro giusta posizione; un continuo disfare per rimettere a posto. Il trucco stava nel memorizzare una serie di movimenti che ti permetteva di mettere tutti i venti pezzi al loro posto. Una volta memorizzate le serie di movimenti, che risolvevano le possibili situazione in cui ci si poteva venire a trovare, diventava un gioco da ragazzi; con un po' di allenamento costante mi era possibile risolverlo anche ad occhi chiusi.
Anche scrivere per me all'epoca era una cosa del genere, un continuo ripetere concetti inseparabili tra loro, mischiati ogni volta in maniera diversa. Era un po' come fare musica; non servono infinite note per realizzare melodie incantevoli, il trucco sta sempre nel saperle mischiare ad arte tra di loro.
Non so cosa sia cambiato da allora, a parte che non ho più il mio cubo, forse è solo che ho dimenticato quella giusta serie di movimenti che mi permetteva di concludere un mio pensiero.
Forse ero semplicemente stanco. Stanco di pensare.
Forse più che faticoso scrivere è più faticoso pensare; pensare a cosa scrivere.
Pensare che non basta pensare per scrivere, ma poi bisogna farlo, trovare il tempo di farlo, la concentrazione necessaria. Poi alla fine non è che c'è bisogno di scrivere chissà quale trattato sulla possibile esistenza della vita fuori dal pianeta terra per trovare un po' di sollievo e soddisfazione. Solo il gesto di scrivere il più delle volte è già più che sufficiente. Almeno per me è così.
Scrivere poi non è una cosa così difficile, basta trovare un punto e girarci attorno, un po' come un girotondo, aspettando il momento giusto per buttarsi a terra, il momento giusto per essere felici che il girotondo sia finito e ne possa incominciare un altro. FINE
mercoledì 26 settembre 2012
mercoledì 28 marzo 2012
009 Tappo di bottiglia
Se fossi una bottiglia di certo non potrei contenere il mare, ma mi sarebbe possibile contenerne una piccola parte. Una bottiglia per poter contenere e potersi riempire deve essere integra. Io per tutta la vita ho cercato di essere integro. Per tutta la vita, non potendo contenere il mare e non vivendo nel mare, ho cercato di riempirmi di acqua piovana. Ogni volta che pioveva io ero lì, sotto le nuvole, a raccogliere gocce. Ogni tanto cadevo e mi rovesciavo, perdendo parte del mio contenuto.
Se fossi una bottiglia... per molto tempo sono stato una bottiglia senza tappo.
Una bottiglia senza tappo è una bottiglia senza sicurezze, una bottiglia che è controllata nei suoi movimenti, perché sa il rischio che corre: perdere tutto il suo contenuto. Una bottiglia vuota non corre grandi rischi, quindi non ha bisogno di un tappo. Una bottiglia vuota, quindi, può essere libera di fare qualsiasi acrobazia. Una bottiglia vuota con il tappo non si può riempire.
La funzione del tappo quindi è quella di proteggere un contenuto, il quale però, finché sarà chiuso da un tappo, non si potrà ampliare. La funzione del tappo quindi non è una funzione statica, ma dinamica, come quella di una qualsiasi porta.
Tutti noi siamo bottiglie, o stanze, di varie e diverse forme e dimensioni, che però proprio in quel desiderio di protezione ci accomuniamo, nella necessità che il nostro tappo possa chiudere anche un'altra bottiglia, che sia un tappo interscambiabile, un tappo che sia in qualche modo universale. Certo è vero che non esiste un solo tipo di tappo, ma è difficile, penso impossibile(o quasi), trovare un tappo che non possa chiudere almeno un'altra bottiglia. Ecco perché, nel nostro socializzare con gli altri, più che concentrarsi sulla forma della bottiglia, sulla sua ampiezza o sul suo contenuto, è importante verificare se è possibile poter essere in grado di proteggere e dare sicurezza all'altro, perché questa è la cosa di cui l'altro ha più bisogno. Nella scelta di chi avere al nostro fianco ci si dovrebbe basare in primis sull'imboccatura, perché se è possibile condividere sicurezza e protezione, allora sarà possibile condividere anche tutto il resto.
Nel costruire una società, quindi, la prima cosa sulla quale ci si bisognerebbe concentrare è il tappo. Una società in cui si diffondono bottiglie il cui tappo una volta tolto non è più utilizzabile è una società che non ha interesse a proteggere il contenuto della bottiglia, ma che dà alla bottiglia e al suo contenuto un'importanza momentanea, breve, da consumare in fretta, per poi potersene liberare con facilità. Una società che dimentica in fretta è una società che continuerà a ripetere gli stessi errori.
Ho riempito la mia bottiglia di tanti errori, ma finalmente ho trovato un tappo che li possa conservare. Un tappo che si possa conservare e riutilizzare.
Ogni tanto apro la bottiglia e di quegli errori ne tiro fuori qualcuno, l'analizzo, cerco di ricavarne qualche insegnamento, cerco di correggerli, per poi reinserirli di nuovo nella bottiglia. Un errore corretto, anche se solo in parte, è un errore che si riduce nel suo volume, occupa uno spazio minore; ecco perché quando richiudo il tappo la prima cosa che ancora mi stupisce e mi entusiasma è che dentro di me ho ricavato dello spazio, da poter riempire di altri errori, dai quali ricavarne altri insegnamenti.
Spesso di molte bottiglie ciò che ci resta è solo il tappo, ma il fatto che quel tappo lo conserviamo con cura e attenzione dimostra che quel tappo serve come monumento alle memorie presenti e future di tutti quell'insegnamenti che quella bottiglia, che non c'è più, ci ha lasciato.
Visto che di noi, molto probabilmente, non resterà che un tappo, facciamo in modo che finché viviamo quel tappo conservi tutto ciò che riteniamo prezioso, buono e giusto; solo così anche quel tappo diventerà prezioso e il contenuto della bottiglia che proteggeva non verrà dimenticato. FINE
Se fossi una bottiglia... per molto tempo sono stato una bottiglia senza tappo.
Una bottiglia senza tappo è una bottiglia senza sicurezze, una bottiglia che è controllata nei suoi movimenti, perché sa il rischio che corre: perdere tutto il suo contenuto. Una bottiglia vuota non corre grandi rischi, quindi non ha bisogno di un tappo. Una bottiglia vuota, quindi, può essere libera di fare qualsiasi acrobazia. Una bottiglia vuota con il tappo non si può riempire.
La funzione del tappo quindi è quella di proteggere un contenuto, il quale però, finché sarà chiuso da un tappo, non si potrà ampliare. La funzione del tappo quindi non è una funzione statica, ma dinamica, come quella di una qualsiasi porta.
Tutti noi siamo bottiglie, o stanze, di varie e diverse forme e dimensioni, che però proprio in quel desiderio di protezione ci accomuniamo, nella necessità che il nostro tappo possa chiudere anche un'altra bottiglia, che sia un tappo interscambiabile, un tappo che sia in qualche modo universale. Certo è vero che non esiste un solo tipo di tappo, ma è difficile, penso impossibile(o quasi), trovare un tappo che non possa chiudere almeno un'altra bottiglia. Ecco perché, nel nostro socializzare con gli altri, più che concentrarsi sulla forma della bottiglia, sulla sua ampiezza o sul suo contenuto, è importante verificare se è possibile poter essere in grado di proteggere e dare sicurezza all'altro, perché questa è la cosa di cui l'altro ha più bisogno. Nella scelta di chi avere al nostro fianco ci si dovrebbe basare in primis sull'imboccatura, perché se è possibile condividere sicurezza e protezione, allora sarà possibile condividere anche tutto il resto.
Nel costruire una società, quindi, la prima cosa sulla quale ci si bisognerebbe concentrare è il tappo. Una società in cui si diffondono bottiglie il cui tappo una volta tolto non è più utilizzabile è una società che non ha interesse a proteggere il contenuto della bottiglia, ma che dà alla bottiglia e al suo contenuto un'importanza momentanea, breve, da consumare in fretta, per poi potersene liberare con facilità. Una società che dimentica in fretta è una società che continuerà a ripetere gli stessi errori.
Ho riempito la mia bottiglia di tanti errori, ma finalmente ho trovato un tappo che li possa conservare. Un tappo che si possa conservare e riutilizzare.
Ogni tanto apro la bottiglia e di quegli errori ne tiro fuori qualcuno, l'analizzo, cerco di ricavarne qualche insegnamento, cerco di correggerli, per poi reinserirli di nuovo nella bottiglia. Un errore corretto, anche se solo in parte, è un errore che si riduce nel suo volume, occupa uno spazio minore; ecco perché quando richiudo il tappo la prima cosa che ancora mi stupisce e mi entusiasma è che dentro di me ho ricavato dello spazio, da poter riempire di altri errori, dai quali ricavarne altri insegnamenti.
Spesso di molte bottiglie ciò che ci resta è solo il tappo, ma il fatto che quel tappo lo conserviamo con cura e attenzione dimostra che quel tappo serve come monumento alle memorie presenti e future di tutti quell'insegnamenti che quella bottiglia, che non c'è più, ci ha lasciato.
Visto che di noi, molto probabilmente, non resterà che un tappo, facciamo in modo che finché viviamo quel tappo conservi tutto ciò che riteniamo prezioso, buono e giusto; solo così anche quel tappo diventerà prezioso e il contenuto della bottiglia che proteggeva non verrà dimenticato. FINE
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cose da proteggere
giovedì 8 marzo 2012
008 Mimosa
Il mimo sa quanto sia importante un gesto, il bravo mimo sa dare ad ogni gesto il suo reale valore. Il bravo mimo quindi sa scegliere quale sia il miglior gesto da fare in ogni particolare occasione; perché i gesti sono un po' come le parole, possono anche sostituire le parole, e come le parole vanno usati con cura; non c'è bisogno di gesticolare continuamente per essere bravi mimi, anche perché un buon testo non si valuta dal numero di parole che lo forma o dalla loro lunghezza, ma dalla capacità del testo di trasmettere significati profondi a chi lo leggerà.
Al bravo poeta non servono che pochi versi per descrivere l'infinito.
Il bravo mimo quindi è un attento selezionatore di gesti, come il poeta è un attento selezionatore di parole.
Ci sono gesti la cui bellezza sta nel gesto stesso, un bambino che saluta per esempio, che importanza ha poi chi saluta?! Tu guardi il bambino e ti viene naturale ricambiare il gesto, perché la bellezza richiama bellezza.
Tu guardi una donna e pensi che sia bella e profumata come un fiore, tu guardi un fiore e pensi a quanto sia bello e profumato come una donna. Vorresti essere un ape e poterne cogliere il nettare, ma sei solo un uomo, almeno questo crede l'uomo comune... ma non il mimo. Il mimo sa che può essere quell'ape; allora inizia a ronzare ma senza far rumore, a muovere le mani come fossero ali. Anche se non lo senti tu sai che sta ronzando, anche se non è un ape tu sai che ha un pungiglione.
Si avvicinerà a te come un'ape si avvicinerebbe ad un fiore, anche se tu sai di essere solo una donna e non un fiore, ma in quel momento lo sei, in quel momento tu sei un fiore e lui un'ape, e quando ti sarà vicino non devi avere paura, non ti farà del male. Se tu vorrai restare un fiore lui resterà un'ape, ma se tu volessi tornare donna anche lui tornerà uomo, tornerà un mimo.
Il mimo tornato uomo ti porgerà un fiore, il fiore che vorrebbe che tu sia, ma senza avere un fiore in mano. Il gesto è quello che conta. Il fiore immaginario è quello che vorrebbe amare, la mimosa dei suoi sogni.
Il mimo sa che se in mano avrà una vera mimosa è perché ci sarà una donna vera a cui porgerla. Una donna da amare.
Il mimo sa che fingere di essere un'ape non significhi per forza non essere un'ape.
Il mimo sa che per diventare come un'ape bisogna fingere di essere quell'ape; perché per diventare bisogna prima fingere. FINE
Al bravo poeta non servono che pochi versi per descrivere l'infinito.
Il bravo mimo quindi è un attento selezionatore di gesti, come il poeta è un attento selezionatore di parole.
Ci sono gesti la cui bellezza sta nel gesto stesso, un bambino che saluta per esempio, che importanza ha poi chi saluta?! Tu guardi il bambino e ti viene naturale ricambiare il gesto, perché la bellezza richiama bellezza.
Tu guardi una donna e pensi che sia bella e profumata come un fiore, tu guardi un fiore e pensi a quanto sia bello e profumato come una donna. Vorresti essere un ape e poterne cogliere il nettare, ma sei solo un uomo, almeno questo crede l'uomo comune... ma non il mimo. Il mimo sa che può essere quell'ape; allora inizia a ronzare ma senza far rumore, a muovere le mani come fossero ali. Anche se non lo senti tu sai che sta ronzando, anche se non è un ape tu sai che ha un pungiglione.
Si avvicinerà a te come un'ape si avvicinerebbe ad un fiore, anche se tu sai di essere solo una donna e non un fiore, ma in quel momento lo sei, in quel momento tu sei un fiore e lui un'ape, e quando ti sarà vicino non devi avere paura, non ti farà del male. Se tu vorrai restare un fiore lui resterà un'ape, ma se tu volessi tornare donna anche lui tornerà uomo, tornerà un mimo.
Il mimo tornato uomo ti porgerà un fiore, il fiore che vorrebbe che tu sia, ma senza avere un fiore in mano. Il gesto è quello che conta. Il fiore immaginario è quello che vorrebbe amare, la mimosa dei suoi sogni.
Il mimo sa che se in mano avrà una vera mimosa è perché ci sarà una donna vera a cui porgerla. Una donna da amare.
Il mimo sa che fingere di essere un'ape non significhi per forza non essere un'ape.
Il mimo sa che per diventare come un'ape bisogna fingere di essere quell'ape; perché per diventare bisogna prima fingere. FINE
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mercoledì 29 febbraio 2012
007 La barba
Da quando mi sono messo ad armeggiare con il rasoio ci ho messo poco tempo a capire che quello che avevo in mano era a tutti gli effetti un'arma. Ogni volta che da lì in avanti, sempre più spesso, ho dovuto avercene a che fare ho cercato di evitare di farmi troppo male.
Farsi la barba è una specie di guerra contro se stessi, un tentativo di impedire che quella bestia umana che vive dentro di noi possa venire alla luce, un mettere un freno alla sua libertà, come se se ne avesse paura.
Radersi è roba da gente paurosa. Paura delle infezioni, paura di pungere, paura di non piacere... paura del proprio lato selvaggio. La gente che ha paura si cura. Farsi la barba ogni giorno è diventato segno di cura personale. Radersi ogni giorno è abitudine di chi vuole apparire pulito e ordinato, ma è anche un voler nascondere e tenere a bada quel magma interiore che si agita dentro... a furia di sedativi.
Quando si parla di cure e quindi di medicine mi ha sempre stupito il fatto che i medicinali più usati altro non siano che analgesici. Sedare un dolore è diverso che intervenire sulla fonte che lo provoca.
Occuparsi delle fonti che provocano dolore è roba per gente intrepida. La gente intrepida, come può essere un marinaio, nel mezzo delle tempesta sa benissimo che quando è ha rischio la propria vita è bene che quella bestia combattiva interiore venga fuori, combatta per sopravvivere, che non c'è ordine e non c'è cura quando bisogna scacciare la paura e lottare.
Farsi la barba è una specie di guerra contro il coraggio, un arrendersi senza combattere, un issare bandiera bianca, un affidarsi alla sorte senza muovere un dito.
Un marinaio, un militare, perfettamente sbarbato è un militare che non è impegnato in grandi missioni operative.
In tempo di pace è concesso avere paura... perfino della pace stessa.
L'uomo con la barba è un uomo che combatte, un uomo che affronta se stesso, un uomo che lotta. Non sempre riuscirà a vincere, ma se e quando ci riuscirà avrà trovato la pace, potrà ergersi ad esempio, essere una guida. La gente lo chiamerà saggio, perché saggio è colui che trova equilibrio con il proprio spirito; la sua barba lunga sarà la prova visibile e tangibile della sua capacità di riuscire a convivere con ciò che lo anima. Un profondo conoscitore e addomesticatore della bestia selvaggia interiore a cui la gente fa bene a chiedere consiglio.
Un uomo che trova la pace con se stesso è un uomo che può essere lui stesso cura per la propria paura.
Un uomo che è riuscito a trovare la pace con se stesso è un uomo che non ha più bisogno di lottare e può fare anche a meno della propria barba. FINE
Farsi la barba è una specie di guerra contro il coraggio, un arrendersi senza combattere, un issare bandiera bianca, un affidarsi alla sorte senza muovere un dito.
Un marinaio, un militare, perfettamente sbarbato è un militare che non è impegnato in grandi missioni operative.
In tempo di pace è concesso avere paura... perfino della pace stessa.
L'uomo con la barba è un uomo che combatte, un uomo che affronta se stesso, un uomo che lotta. Non sempre riuscirà a vincere, ma se e quando ci riuscirà avrà trovato la pace, potrà ergersi ad esempio, essere una guida. La gente lo chiamerà saggio, perché saggio è colui che trova equilibrio con il proprio spirito; la sua barba lunga sarà la prova visibile e tangibile della sua capacità di riuscire a convivere con ciò che lo anima. Un profondo conoscitore e addomesticatore della bestia selvaggia interiore a cui la gente fa bene a chiedere consiglio.
Un uomo che trova la pace con se stesso è un uomo che può essere lui stesso cura per la propria paura.
Un uomo che è riuscito a trovare la pace con se stesso è un uomo che non ha più bisogno di lottare e può fare anche a meno della propria barba. FINE
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cose con le quali bisogna fare i conti
domenica 5 febbraio 2012
006 La candela
Piano piano si spegnerà, questa labile fiamma che mi riscalda, finendo di bruciare questo sottile stoppino del tempo che mi resta.
Il calore scioglie la cera, che cola sui miei giorni, lasciando ricordi.
Non c'è altro lume ad illuminare l'oscurità che mi circonda.
Nessun'altra fonte termica che mi riscaldi.
Sono io stesso questa candela che vaga in una stanza buia cercando di non spegnersi.
Vago nell'oscurità sperando di trovare l'interruttore che accenda una luce più potente, una lampadina che mi permetta di vedere oltre i raggi di luce di questa fievole fiamma; che mi permetta finalmente di scoprire dov'è la porta di questa stanza. La porta che mi permette di uscire da questa stanza. La porta che mi permetterà di uscire dal mio io.
Sono chiuso dentro un io che in gran parte ignoro. Ogni tanto scopro qualche nuovo dettaglio che la candela illumina, allora cerco di unirlo agli altri dettagli, scoperti precedentemente, come se fossero piccoli pezzi di un puzzle da completare. Mi manca però una visione di insieme, quindi incastrare quei pezzi tra di loro diventa un'impresa più che ardua.
Cammino nella stanza cercando di seguire una linea retta, convinto che primo o poi con la mano libera, con la mano che non regge il piattino con sopra una candela, potrò toccare una parete. Arrivato a toccarla la tasto, la illumino con la luce generata dalla fiamma, e cerco; cerco di trovare una via d'uscita, o almeno un interruttore.
Deve iniziare da lì la costruzione del mio puzzle. Deve iniziare dai bordi.
Più cammino lungo la parete più mi accorgo però che questa stanza, questo puzzle, non ha angoli, non ha spigoli. Il mio camminare quindi è un continuo girotondo che non trova soluzione.
La stanza sembra non avere né uscite né lampadari.
Poggio la candela sul pavimento, è di legno, non ci metterebbe molto a prender fuoco. Mi siedo.
Probabilmente non esista altra via d'uscita, in questa stanza, che chiudere gli occhi e fuggire con la fantasia.
La fantasia è un po' come una candela, ha bisogno di essere accesa, di uno stoppino che bruci e della cera che si sciolga.
La candela è un'opera di fantasia.
Io sono un'opera di fantasia.
Seduto in questa stanza improvvisamente sorrido, sorrido perché finalmente ho capito che se io sono un'opera di fantasia allora anche tutto ciò che mi circonda è opera della fantasia.
Per uscire dal proprio io basta credere quindi in quella fantasia che ci ha creato.
Quel fuoco che ha acceso la nostra fiamma. FINE
Cammino nella stanza cercando di seguire una linea retta, convinto che primo o poi con la mano libera, con la mano che non regge il piattino con sopra una candela, potrò toccare una parete. Arrivato a toccarla la tasto, la illumino con la luce generata dalla fiamma, e cerco; cerco di trovare una via d'uscita, o almeno un interruttore.
Deve iniziare da lì la costruzione del mio puzzle. Deve iniziare dai bordi.
Più cammino lungo la parete più mi accorgo però che questa stanza, questo puzzle, non ha angoli, non ha spigoli. Il mio camminare quindi è un continuo girotondo che non trova soluzione.
La stanza sembra non avere né uscite né lampadari.
Poggio la candela sul pavimento, è di legno, non ci metterebbe molto a prender fuoco. Mi siedo.
Probabilmente non esista altra via d'uscita, in questa stanza, che chiudere gli occhi e fuggire con la fantasia.
La fantasia è un po' come una candela, ha bisogno di essere accesa, di uno stoppino che bruci e della cera che si sciolga.
La candela è un'opera di fantasia.
Io sono un'opera di fantasia.
Seduto in questa stanza improvvisamente sorrido, sorrido perché finalmente ho capito che se io sono un'opera di fantasia allora anche tutto ciò che mi circonda è opera della fantasia.
Per uscire dal proprio io basta credere quindi in quella fantasia che ci ha creato.
Quel fuoco che ha acceso la nostra fiamma. FINE
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cose capite
venerdì 20 gennaio 2012
005 Partorirò silenzio
Ormai il mio piccolo essere taciturno non è poi così piccolo. Senso di stanchezza, nausea e dolori all'addome hanno preso il sopravvento. Sopratutto quando sento la necessità di dover dire qualcosa. Quando ci provo lui inizia a tirarmi calci. Anche se è ancora un feto, quel piccolo essere già mostra di avere un certo caratterino dalle tonalità dominanti.
Con grande fatica cerco di buttar giù qualche riga.
A volte maledico il giorno nel quale è stato concepito.
Non è che io lo volessi... ma è capitato... un tragico evento del destino; il prevalere di un'indomabile voglia che ha abbindolato la ragione.
Era notte.
Tutto taceva intorno a noi e sdraiati sulla spiaggia, abbracciati, guardavamo le stelle. Poi non ricordo molto di cosa sia successo. I nostri corpi nudi si sono uniti senza che ce ne accorgessimo.
Per quanto possa sembrare strano, è andata proprio così. Il piacere si è diffuso nel mio corpo, lasciando un senso di benessere mai provato prima. Ero felice, in quegli attimi, ero felice!
Un sogno!
Non mi ricordo nemmeno chi fosse quell'amante. Non ne ho più saputo niente.
Quando ho scoperto che quel senso di benessere non era l'unica cosa che mi ha lasciato dentro, ho stretto forte il cuscino.
Lui è l'unica cosa che mi rimane di un piacere intenso ormai assopito.
Lui è l'unica cosa che mi rimane di un sogno.
Lui è l'unica cosa che mi resta. FINE
Con grande fatica cerco di buttar giù qualche riga.
A volte maledico il giorno nel quale è stato concepito.
Non è che io lo volessi... ma è capitato... un tragico evento del destino; il prevalere di un'indomabile voglia che ha abbindolato la ragione.
Era notte.
Tutto taceva intorno a noi e sdraiati sulla spiaggia, abbracciati, guardavamo le stelle. Poi non ricordo molto di cosa sia successo. I nostri corpi nudi si sono uniti senza che ce ne accorgessimo.
Per quanto possa sembrare strano, è andata proprio così. Il piacere si è diffuso nel mio corpo, lasciando un senso di benessere mai provato prima. Ero felice, in quegli attimi, ero felice!
Un sogno!
Non mi ricordo nemmeno chi fosse quell'amante. Non ne ho più saputo niente.
Quando ho scoperto che quel senso di benessere non era l'unica cosa che mi ha lasciato dentro, ho stretto forte il cuscino.
Lui è l'unica cosa che mi rimane di un piacere intenso ormai assopito.
Lui è l'unica cosa che mi rimane di un sogno.
Lui è l'unica cosa che mi resta. FINE
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cose attese
giovedì 12 gennaio 2012
004 Quando si cambia
Quando si cambia o è per accelerare o è per rallentare. Poi ci sono le frenate brusche, quelle che non ti danno nemmeno il tempo di poter scalare la marcia. Ci si ritrova fermi, e magari siccome non si può più proseguire su quella strada si è costretti a cercare una via alternativa, con il rischio di perdersi si procede con cautela, o almeno una certa saggezza lo consiglierebbe. Così scopri nuove strade, percorsi alternativi, panorami fino ad allora a te ignoti o almeno poco conosciuti. Magari ti ricordi che tu eri già passato di lì, ma erano altri tempi, era un po' tutto diverso. C'era un'alternativa che ti aveva più aggradato e tu avevi preferito scegliere quella via. Quella via ora non c'è più, o meglio è destinata a non esserci più. Verrà interrotta. Probabilmente verrà deviata verso altri luoghi.
Così mi ritrovo a ripercorrere questa strada, molto migliorata da come me la ricordassi, con un asfalto rifatto da poco; si dice che sia drenante, così quando capiterà che cadrà qualche goccia dal cielo non si allagherà, come invece succedeva su quell'altra strada.
Io ho avuto sempre un po' di difficoltà ad adattarmi ai cambiamenti, anche se ne sono sempre stato affascinato, perché ogni cambiamento porta con se la necessità di doversi adattare, quindi porta anche un cambiamento dentro se stessi, che consente di aumentare il proprio bagaglio di conoscenze.
Certo che adesso qui è tutto più tranquillo, e la cosa non mi dispiace affatto. FINE
Così mi ritrovo a ripercorrere questa strada, molto migliorata da come me la ricordassi, con un asfalto rifatto da poco; si dice che sia drenante, così quando capiterà che cadrà qualche goccia dal cielo non si allagherà, come invece succedeva su quell'altra strada.
Io ho avuto sempre un po' di difficoltà ad adattarmi ai cambiamenti, anche se ne sono sempre stato affascinato, perché ogni cambiamento porta con se la necessità di doversi adattare, quindi porta anche un cambiamento dentro se stessi, che consente di aumentare il proprio bagaglio di conoscenze.
Certo che adesso qui è tutto più tranquillo, e la cosa non mi dispiace affatto. FINE
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